E fu cosi che i Blut Aus Nord fecero doppietta…

dicembre 3, 2011 at 3:22 pm (Musica, Recensioni) (, , , , , )

Non gli bastava la candidatura a miglior album del 2011 in campo black metal: i Blut Aus Nord hanno voluto strafare, piazzando un altro lavoro sul podio; e se non posso dire “monopolizzando le prime due posizioni” è solo perché tali Wolves In The Throne Room hanno silenziosamente dichiarato battaglia da oltreoceano, dando vita a quel ‘Celestial Lineage’ che indubbiamente se la gioca. Tutti gli altri sono più in basso: i Craft si sono confermati a ottimi livelli qualitativi, ma restano giusto al di sotto dei tre fatidici gradini; i Taake hanno tentato di rispondere alla marea di critiche piovute ultimamente (almeno da parte mia) uscendo con un buon disco, indubbiamente migliore del precedente ma non certo ai livelli della Trilogia.

E invece i Blut Aus Nord, zitti zitti, hanno fatto doppietta nel giro di un anno. Si sapeva già che ‘Sects’ sarebbe stato il primo capitolo di una Trilogia (parola, quest’ultima, tutt’altro che rara in ambito black); certo non si sapeva che l’attesa per il secondo episodio sarebbe stata così breve. Personalmente, da quando scrissi in proposito è calata l’esaltazione, l’euforia della novità; non è cambiato però il mio giudizio sull’album. Anzi, ho lentamente iniziato a rivalutare anche le fasi discografiche precedenti, arrivando finalmente a comprendere a fondo- e, dunque, apprezzare- quella perla nera che porta il nome di ‘The Wotk Which Transforms God’, lucente nella sua opacità, accogliente nella sua ruvidità.

Da quando hanno abbandonato la strada atmosferico-sinfonica (se cosi possiamo definirla) dei primi lavori, optando per sonorità indubbiamente meno accessibili ma sicuramente originalissime, i nostri francesini hanno creato un vero e proprio marchio di fabbrica, un suono riconoscibile fin dai primissimi istanti. Da allora c’è stata qualche variazione sul tema, ma la ricetta di fondo non è mai cambiata: è grazie a questo fatto che oggi ne parlo come una delle top band nel panorama black mondiale. Negli anni in cui i Darkthrone si danno al crust punk, Burzum esce di galera e decanta al mondo di essere l’unico vero blackster salvo poi uscire con due dischi che definire strazianti è fargli un complimento, i Satyricon diventano dei frocetti modaioli coi capelli laccati (ogni riferimento al video di ‘Black Crow On A Tombstone’ non è puramente casuale) ed i Mayehm dopo lustri passati a sgozzare teste di mucca si rendono (giustamente) conto che l’unico modo per tornare una band valida è stravolgere la formazione a metà tra passato e futuro, cacciando gli elementi disturbatori (non ho mai tollerato né Maniac né- soprattutto- Blasphemer) e mettendosi a fare gli onesti operai- a buoni livelli, certo, ma anni luce lontani (discograficamente parlando) dal fantasma dei tempi che furono- non resta veramente che sperare in chi non ha mai gradito più di tanto i riflettori, ed ha costruito la propria carriera su un’onestissima serie di dischi dedicati ad una fetta di pubblico molto ristretta ma da essa recepiti molto molto bene.

Coerenza, idee chiare e nessun compromesso: queste le parole chiave. Il secondo episodio di ’777′, intitolato ‘The Desanctification’- preso da tanti ragionamenti mi stavo pure scordando di dirlo- non si distacca di un millimetro dal suo predecessore ‘Sects’, tanto che anche i titoli ripartono da dove si erano interrotti: si parte da ‘Epitome VII’, per finire con ‘Epitome XIII’. Persino la copertina si richiama alla stessa simbologia: quelle forme miste di triangoli e cerchi così adatte a descrivere la musica dei Blut Aus Nord, elegante nella sua regolare spigolosità, rotonda nelle sue allucinanti psichedelie.

C’è poco altro da dire. Salvo clamorosi ribaltoni- ben improbabili visto che alla fine dell’anno manca meno di un mese- la mia top 3 dell’anno è ormai nitidamente definita; mi resta solo da capire quale gradino vada ad occupare questa nuova uscita. Certo è, comunque, che il più alto è una lotta a due tra due band tanto distanti come proposta musicale quanto simili come attitudine e caratteristiche. È una lezione che America e Francia stanno dando alla Norvegia, signori. E che lezione.

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