I primi due singoli estratti da World Painted Blood girano da molto tempo ormai, si pensi che Psychopathy Red è stata suonata dal vivo allo scorso Unholy Alliance; e probabilmente gira da tempo- almeno in rete- anche l’album completo, ma ho avuto modo di metterci le mani sopra solo adesso (rigorosamente originale, casomai ci fosse bisogno di specificare).
Leggendo qua e la ho sentito parlare di ritorni alle sonorità dei vecchi tempi: qualcuno ha citato Reign In Blood, qualcun altro è arrivato addirittura a tirare fuori dal cilindro il nome di Hell Awaits.
Io sono sempre stato scettico su questi ipotetici ritorni al passato (ce l’hanno fatta i Metallica con Death Magnetic, ma non è detto che chiunque debba fare altrettanto, specie se il presente in questione non è un accozzaglia inascoltabile di suoni come St.Anger bensì un repertorio più che glorioso); mi aspettavo quindi che gli Slayer creassero un prodotto che proseguisse sulla linea intrapresa con le ultime uscite, magari evolvendosi- com’è sempre stato nel passaggio da un disco all’altro- senza snaturare quelle che da sempre sono le caratteristiche fondamentali del proprio sound. Gli Slayer stessi hanno tentato, più o meno consciamente, di rievocare i tempi lontani di Seasons In The Abyss, decorando nello stesso identico modo il cd (a dire il vero c’è qualche macchia di sangue in più, ma l’intento è palese).
Eppure, nonostante queste accattivanti premesse, restavo dubbioso: e mi è bastato dare un’occhiata al booklet perché i miei timori trovassero una prima conferma. Certo, non si può giudicare un cd solo a partire dai testi, ma se questi appaiono subito molto simili l’uno all’altro, tutti con la stessa identica scansione metrica, forse qualcosa non va.
Il primo ascolto non contribuisce a spazzare via tutte queste paranoie, anzi. Come prevedevo, la direzione di World Painted Blood è la medesima intrapresa con Christ Illusion, ampliata forse con l’inserimento di qualche elemento nuovo- ma di questo parleremo in seguito. Il problema grosso è che gli apici qualitativi dell’uscita precedente qui non vengono nemmeno sfiorati: quello che manca, rispetto ai livelli del succitato Christ Illusion, è un riffone granitico ed esaltante come quello di Cult, in grado di ficcarsi immediatamente nella testa dell’ascoltatore, oppure un brano tendenzialmente “diverso” dagli altri, in grado di spezzare i ritmi, com’era Eyes Of The Insane, o ancora una traccia conclusiva potente, violenta ed esplosiva come Supremist. Fondamentalmente si riparte dai due brani più veloci e tirati dell’ormai penultimo lavoro, vale a dire Flesh Storm e Catalyst; ma c’è un problema: in un disco possono benissimo convivere due tracce molto simili tra loro per concezione e per attuazione, ma è estremamente pesante ascoltare un prodotto che contiene ben undici brani tutti uguali. Sta proprio qua il fulcro del discorso: gli Slayer, anche nei loro momenti più bui (finora rari, ad essere sinceri), sono sempre stati in grado di dare vita a prodotti di qualità magari non eccelsa (chi ha detto Diabolus In Musica?) ma variegati, in cui ogni song aveva senso di esistere.
Questa volta viene a mancare questa caratteristica, tanto che risulta difficile distinguere i pezzi l’uno dall’altro: lo schema compositivo adottato è sempre lo stesso, e ascoltando un pezzo si sa già cosa aspettarsi da quello dopo. Fin dall’opener- e title track- World Painted Blood è chiaro cosa abbiamo davanti: pezzi ultra accelerati, con lyrics altrettanto veloci e senza attimi di respiro, che sfociano in chorus generalmente molto scarni, banali e non sempre piacevoli. Mai una volta che si cambiasse l’ordine reciproco tra riff, strofa, chorus e assoli (messi più a caso del solito, oserei dire), mai una volta che le lyrics riuscissero ad uscire dai soliti canoni iper-tirati, piatti all’inverosimile, mai due versi che seguissero una metrica diversa. Addirittura, mai due song che si concludessero in un modo diverso: tutte si stoppano nell’istante immediatamente successivo ad un urlo (generalmente preceduto da una ripetizione molteplice di uno/due versi). Sola eccezione a quest’ultima regola è il finale strumentale di Americon, brano dal retrogusto industrial che con le sue atmosfere sintetizzate risulta a conti fatti l’unico brano leggermente avulso dal contesto.
Gli altri brani sono come un cane che si morde la coda: si richiamano l’un l’altro, si autocitano.
In mezzo a tutta questa eccessiva staticità, rappresenta forse un sussulto di vita il chorus di Hate Worldwide, più rallentato del solito ed abbastanza convincente (ma sempre intrappolato nel medesimo schema metrico). A dire il vero c’è un secondo brano che risulta meno “amalgamato” degli altri, ed è Beauty Through Order, più melodico e meno veloce (immaginate un inizio a metà tra Eyes Of The Insane e Black Serenade); purtroppo anche le sorti di questa song sono altalenanti, anche a causa di chorus non azzeccatissimo, e si ricade spesso negli stessi schemi compositivi di sempre, specialmente in apertura del solo e nel finale.
Quando si arriva ad ascoltare Playing With Dolls quasi non si riesce a credere alle proprie orecchie: gli Slayer ci hanno confezionato un altro bello scherzetto, in pieno stile dell’intro di Jihad, solo che il brano non è nemmeno lontanamente ai livelli del suo “antenato”: a quel dannato suono iper-industriale- molto Rammstein- che non vuol saperne di lasciare spazio ad un riff decente sono affiancati una linea di basso prepotente e una voce molto filtrata, parlata e concitata, troppo diversa da quella di Tom per essere vera. Ma la realtà è questa.
Alla fine dell’ascolto restano molte domande: dove sono finiti i favolosi riff in pentatonica di Kerry King? Dove sono finiti quelli assoli taglienti, completamente casuali ma sempre inseriti perfettamente nel contesto? Dove sono finiti i brani rallentatissimi che hanno scritto la storia (vedasi, che so, South Of Heaven)? Qua non ce n’è traccia, al loro posto è rimasto solo un vano tentativo di coverizzare quello che gli Slayer sono stati recentemente. Ok, il primo singolo Psychopathy Red è un brano carino, e dal vivo rende molto, ma non basta a salvare World Painted Blood dallo sfacelo totale. Solo il basso di Araya tenta effettivamente di dire qualcosa di nuovo, risultando ben più presente che in passato (oddio, praticamente non lo si sentiva mai); persino Lombardo riesce a risultare piatto e banale: sempre lo stesso pattern, doppia cassa dall’inizio alla fine, senza mai una variazione, un tempo diverso, un singolo passaggio diverso e più eccitante degli altri. E dire che non aveva mai sbagliato un colpo… quando tornò negli Slayer pensai subito ‘gli Slayer sono infallibili, Lombardo lo è ulteriormente, il prossimo disco sarà un capolavoro’; e così era stato, o comunque ci si era andati vicini. E invece questa volta al posto di un capolavoro ci troviamo tra le mani una cosa che assomiglia molto a un fallimento, e non perchè sono state intraprese scelte poco condivisibili (i.e. la svolta radicale di Diabolus In Musica) ma perché mancano, a fondo, le idee. E dire che non possiamo più nemmeno sperare nei Grip Inc, da quando si è suicitato Gus Chamber.
Al di là di tutto questo, può darsi che tra qualche ascolto anche World Painted Blood si riveli un dischetto piacevole, ma sicuramente nulla di più: siamo troppo, troppo distanti dalla qualità dei veri Slayer, quelli che hanno scritto paginate di storia dell’estremo. E ora scusate, ma vado ad affogare il dispiacere nei dischi vecchi. Endure the pain/ you know my name/ I am your soul insane…