Mettiamo i puntini sul 2011
Vediamo di mettere i puntini su questo 2011 musicale. Premetto che non ho avuto modo di sentire molti dischi, e che in ogni caso ho trascurato molti generi dedicandomi quasi esclusivamente al black metal e al post rock (due mondi quasi diametralmente opposti, ma qui ci sarebbe da aprire una parentesi troppo lunga…) dunque quanto scriverò sarà basato esclusivamente sulle esperienze personali.
Le sorprese. Tre nomi, ma che nomi! In primis, in ambito black metal, i Blut Aus Nord, capaci di realizzare una doppietta micidiale nell’arco di una decina di mesi se non di meno, e il terzo episodio deve ancora arrivare. Spostandoci al post rock, gli Sleepmakeswaves hanno dato vita, con ‘…And So We Destroyed Everything’, ad un lavoro decisamente più ispirato dei precedenti. Mi ero promesso di scrivere qualche riga in proposito, spero di farlo quanto prima. Per concludere tornando al metal, i Machine Head; sorpresa per me, non certo per chi li conosce da anni. Ma, a fronte di una proposta che non mi ha mai attirato più di tanto, il nuovo ‘Unto The Locust’ è una vera macchina da demolizione. Potrei poi aggiungere due nomi dal panorama italiano: Ghostrider e Crown Of Autumn. Trovate su Italia di Metallo ulteriori dettagli.
… Eroi interrotti…
“Vivere
per niente
o morire
per qualcosa
…”
Morire per qualcosa. Credo che niente spieghi meglio quello che ho dentro oggi. Chiariamo subito: trovo quantomeno ipocrita tutta la gente che, scoperto l’accaduto, ha iniziato a piangere sconforto ai quattro venti; per il semplice motivo che molti di costoro non riflettono su quello che può significare una cosa simile. E non sapete quanto mi scoccia entrare in punta di piedi in mezzo a questa ipocrisia generale ma, datemi del presuntuoso, io credo di avere qualcosa di più per “sentire” questa situazione.
Preferisco sacrificare la vita che ho per vivere la vita che voglio, piuttosto che sacrificare la vita che voglio per vivere la vita che ho
Cronache di un (ormai meno) disastroso avanzamento di sistema, pt.2
Riprendo la cronaca da dove l’avevo lasciata ieri sera, ossia dall’ennesimo disastro, con Unity che non funzionava più. “Assurdo”, penso.
Ennesimo tentativo. Provo ad accedere con l’account di mio padre, e Unity funziona; roba di impostazioni, dunque. Cerco qualcosa su internet, e provo il comando unity –reset: la prima volta funziona e il menu ricompare, la seconda no. E nemmeno le successive: il comando non termina l’esecuzione, e se annullo con CTRL-C va tutto a quel paese e nemmeno lo spegnimento funziona più. Robe da chiodi.
Cronache di un (disastroso) avanzamento di sistema
Dopo lungo tempo, finalmente torno a scrivere qualcosa di serio che non riguarda la musica. La causa scatenante è un disastroso avanzamento della mia ormai consolidata Ubuntu alla versione 11.10. Come gli utenti di questo sistema ben sanno, già con la 11.04 era stata introdotta Unity al posto di Gnome, ma era ancora possibile mantenere quest’ultima; e così avevo fatto, visto che i miei primissimi- nonché isolati- tentativi di usare il nuovo DE si erano rivelati quantomeno fallimentari: una bella grafica, ok (ma funzionante bene solo con schede video aventi un minimo di qualità), ma decisamente poco funzionale e molto cervellotica. Senza pormi troppo il problema ero tornato a Gnome classico.
Ma con l’avanzamento alla 11.10 qualcosa cambia. Troppi pacchetti del tipo gnome* erano marcati per la rimozione per poter sperare che Gnome rimanesse presente senza colpo ferire: e infatti via tutto, resta solo Unity (affiancato oltretutto da una scialba versione 2D per gli utenti non dotati di scheda video decente). “Magari è migliorata”, spero. Invece no. Saranno paranoie mie, ma io ho bisogno di vedere dove sono le varie cose che apro, di poterle spostare, ma soprattutto di avere a portata di mano sia i bottoni per minimizzare, massimizzare, chiudere sia il menu principale. E invece no. Il menu è sostituito da un’oscena deck laterale a comparsa/scomparsa, in cui oltretutto non scegli te le applicazioni visibili, ma compaiono secondo un’improbabile scelta di sistema; e i pulsanti per la gestione delle finestre vanno a (con)fondersi tristemente con la barra superiore. Un’oscenità. Qualcuno ha pensato di sviluppare un’applicazione che permette di tornare al menu classico mediante un’icona, ma non basta. Non basta.
ULVER: “Wars Of The Roses”
Solitamente quando esce sul mercato un disco che per me ha una particolare valenza musicale e/o affettiva cerco di pubblicare la recensione prima ancora dell’uscita ufficiale del medesimo, o al peggio il giorno stesso. Il discorso è completamente diverso se la band in questione sono gli Ulver, e chi conosce gli ultimi episodi dei Lupi norvegesi converrà con me che non è assolutamente possibile tirare fuori pareri affrettati o azzardati. In realtà sono ancora convinto che sia passato troppo poco tempo per poter giudicare coerentemente il nuovo disco, ma forse un minor livello di empatia sviluppata può tradursi in una maggiore obiettività.
Da quando hanno lasciato alle proprie spalle la strada del black metal, gli Ulver ci hanno sempre abituato ad un grandissimo polimorfismo; ma, lasciatemelo dire, ciascun disco si è sempre presentato omogeneo al suo interno, imperniato intorno ad un filo conduttore strettamente marcato e definito (certo, uno potrebbe obiettare che trovare un filo conduttore in una follia totale quale ‘Perdition City’ è un’impresa a dir poco ardua, ma l’impostazione di fondo dei brani rimane sempre pressapoco la stessa). Perché sto facendo questo discorso? Perché quando ha iniziato a girare la prima versione di ‘February MMX’, sebbene si trattasse ancora di un pre-missaggio, in molti- me compreso- hanno iniziato a trarre conclusioni su quello che sarebbe stato l’indirizzo di ‘Wars Of The Roses’.
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QUEENSRYCHE: nuovo album e stato di salute
Mi ero promesso di scrivere queste righe quando uscì ‘American Soldier’; poi di tempo ne è passato, e finora le uniche righe che ho scritto sul quintetto di Seattle sono rintanate in un live report dell’esibizione al Pistoia Blues. Ma mi sono reso conto che il tempo è passato solo un paio di giorni or sono, quando girando sul web mi sono imbattuto nella notizia del nuovo album. Forse adesso è veramente venuto il momento di scrivere queste benedette righe, dunque.
Il punto principale è che quello che sto per scrivere sarà necessariamente diverso da quello che avrei scritto un annetto fa, per il semplice motivo che mentre ‘American Soldier’ mi aveva tutto sommato convinto, complici alcune song veramente valide, non posso certo dire altrettanto del nuovo ‘Dedicated To Chaos’ (uscito, trallaltro, oggi), almeno a fronte di un paio di ascolti tutto sommato distratti.
Ma andiamo in ordine. Avevo lasciato la discografia dei Queensrÿche con il capolavoro ‘Promised Land’ (anzi, a dire il vero avevo pure acquistato ‘Tribe’, rivendendolo poco dopo); poi, incuriosito da varie circostanze, provai ad ascoltare ‘Mindcrime II’, accantonandolo (troppo frettolosamente, visto che lo sto rivalutando). Decisi di ritentare con ‘American Soldier’, e l’audacia è stata premiata. Fermo restando che il paragone con i lavori antecedenti l’abbandono di De Garmo non sussiste e non regge, data l’ormai creatasi differenza abissale a livello stilistico, attitudinale e quant’altro, il disco in questione è tutto sommato un buon prodotto, per quanto le prime tracce sembrino confermare il contrario. Ennesimo concept album- ma questa volta il protagonista non è più Nikki, bensì un’anonima figura di soldato lontano da casa, basterebbe un titolo- ‘Home Again’, splendido duetto tra Geoff e sua figlia ricchissimo di emozioni, carico di tutto lo strazio di padre e figlia separati da una guerra infame- per dargli un senso. Ma le perle sono svariate, da una più melodica ‘If I Were King’ a una solida e coinvolgente ‘Man Down’ (eccelsa qua la prova vocale), senza scordare un altro toccante lento che porta il nome di ‘Remember Me’ e che traduce in musica i rimpianti, le scelte errate, la paura di avere sbagliato e la paura di essere dimenticati.
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SHELLAC @ Cage Theatre (Livorno, 23/05/2011)
Quando son venuto a sapere che a dicembre gli Shellac avevano suonato a Bologna e a Torino senza che io ne sapessi niente mi era girata cosi male che pensavo di andarli a vedere per capodanno all’Hammersmith a Londra. Poco infattibile devo dire. Poi, per fortuna, vengo a sapere che in maggio avrebbero fatto una data a Livorno: signori, benvenuti. Adesso si gode.
Il fatidico compito di aprire la serata spetta a Helen Money, una bionda armata esclusivamente di violoncello ed effetti vari, tra cui un’interessante loop-box con cui si crea le basi su cui suonare. I primi pezzi li ho trovati quasi insopportabili, decisamente troppo mosci; poi però l’intensità ha preso a crescere ed io ho iniziato a reputare azzeccato l’esperimento. A convincere maggiormente sono i crescendo, dal vago sapore post-rock, e le fasi più concitate. Certo, non si tratta di una proposta facile da comprendere e da assimilare, ma è anche vero che chi ascolta un gruppo fuori dagli schemi come gli Shellac può riuscire ad aprire la propria mente anche ad una musica come quella di Helen Money. Personalmente, anziché un gruppo banale e fuori contesto ho apprezzato molto di più una cosa simile.
Ovviamente, il piatto forte della serata sono gli Shellac. Si fanno il soundcheck da soli, senza tecnici o altro in mezzo alle palle, e si presentano come segue: Todd Trainer, batteria, capelli lisci dietro e sparati davanti che sembrava uscisse da una band emocore; Bob Weston, basso, più un impiegato delle poste che un musicista; e poi lui, Steve Albini, il padre unico ed indiscusso del math rock, in salopette da operaio e occhialini tondi. Poi, prima di iniziare a suonare, si cambia dietro un ampli e ricompare in calzoni e maglietta, con la chitarra non a tracolla bensì legata in vita con un’improbabile cinghia.
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E invece i Blut Aus Nord, zitti zitti, hanno fatto doppietta nel giro di un anno. Si sapeva già che 

